
Uno dei motivi per cui questo Blog si chiama “Il naso di Cyrano” è che io sono dotata, appunto, di un naso molto grande e particolarmente sensibile agli odori.
Qualche giorno fa, mentre riponevo gli acquisti appena fatti, mi è nata nella mente una riflessione: non ci sono più i profumi delle cose.
Mi spiego:con un esempio: se aprite una confezione di lenticchie, il loro odore non lo sentite, bisogna cucinarle per ritrovarne la fragranza.
Quando io ero piccola, invece, la vita era infarcita di odori.
La mattina, quando prima di andare a scuola passavamo dal panettiere, eravamo investiti da una sinfonia di profumi: quello del pane, quelli dei diversi tipi di pizza, l’odore della mortadella, quello della pasta, che non era chiusa nella plastica ma conservata in cassetti dai quali veniva prelevata con una paletta, pesata e incartata in una spessa e profumata carta paglia. Poi c’era l’odore dei legumi secchi, quello delle olive, quello,un po’ acre ma affascinante, dei formaggi, quello esotico e un po’ inquietante delle mille spezie, importate da paesi lontanissimi. Tutti si fondevano insieme a formarne uno solo che era l’” odore del panettiere”.
Poi c’era l’ “odore della scuola”. Oggi la scuola puzza. Di sudore, di persone che curano poco l’igiene personale. Quando ero piccola la scuola profumava dell’ odore del cotone crudo delle spesse tende, di gesso, della carta dei quaderni, del cuoio delle cartelle, del legno dei banchi.
Ogni luogo aveva il suo profumo:la chiesa profumava di incenso e cera delle candele, la spiaggia profumava di alghe, di mare e di sole, casa mia odorava di cera per i mobili, di pulito, del profumo delle torte e del ragù che cucinava mia madre, la domenica mattina l’odore del ragù ci svegliava piacevolmente.
C’era un luogo, in particolare, che mi affascinava, per il suo profumo: la tabaccheria. Non ci andavo per le sigarette, allora ero troppo piccola per fumare, ci compravo le “Giuggiole”, mitiche caramelline che costavano una lira l’una, ovviamente all’epoca la moneta più piccola erano le cinque lire e, quindi, si potevano comprare minimo 5 giuggiole.
La tabaccheria profumava di tabacco, quello delle sigarette, quello dei sigari, dello zolfo dei fiammiferi, di liquirizia, che veniva venduta sfusa in vari formati o grezza in bastoncelli che chiamavamo “zeppetti”, profumava dei cento odori dello zucchero, quello di canna, quello caramellato, profumava di sale, che allora si comprava in tabaccheria. Anche qui, tutti i diversi aromi diventavano uno solo l’ “odore della tabaccheria”.
Quegli odori io non li sento più. Forse non ci faccio più caso, mi sono detta e ho provato a cercarli ma quasi inutilmente.
La mia casa odora di pulito e qualche volta, quando ho il tempo di cucinare, di pomodori col riso o di ragù ma nei negozi non c’è odore. Sarà perché oggi tutto è impacchettato e sigillato, il che è igienicamente corretto ma gli aromi sono spariti in una generica puzza da inquinamento.
Anche al mercato, dove la frutta e la verdura non sono imballate, è difficilissimo ritrovare i profumi delle pesche o dei pomodori.
Ora, io non sono Proust che dal profumo di un biscotto spugnoso scrive sette infernali volumi per tornare alla sua infanzia e alla sua mamma, io all’infanzia mia non ci voglio proprio tornare ma mi piacerebbe, ogni tanto, ritrovare uno di quegli odori, perché erano piacevoli, perché condivano la vita, perché mi rendevano felice.