Il naso di Cyrano: settembre 2011

domenica 25 settembre 2011

Questa è grossa!

Mi è capitato, assolutamente per caso, mentre stavo collegando il televisore al lettore DVD, di ascoltare le presentazione di uno dei programmi più disonestamente demenziali che le reti propinano ai telespettatori.

Non vi dirò di quale programma si tratti, vi basti sapere che fa parte di quelli che, facendo finta di usare il metodo scientifico, pretendono di farvi credere che zombie e fantasmi esistono davvero, che il mondo finirà in una data ben precisa o che domani arriveranno i marziani.

Ebbene, nella presentazione in oggetto, tra le altre cose, si annunciava la “vivisezione di una mummia”!

Proprio così, sto riportando le parole esatte.

Ora, dato che, come qualsiasi dizionario può chiarirvi, il termine “vivisezione” significa la pratica di sezionare esseri ancora in vita, risulta evidente che è impossibile “vivisezionare” una mummia che, ne converrete anche voi, è decisamente il cadavere di qualcuno che è vissuto ma è anche indubbiamente morto.

L’espressione “vivisezionare una mummia” potrebbe essere definita un ossimoro, la figura retorica che mette insieme due termini opposti, ad esempio “un silenzio assordante”, una contraddizione in termini che crea un effetto voluto dal suo creatore.

In realtà, non credo che l’infelice espressione possa definirsi un ossimoro perché, mentre questa figura è sempre”pensata” dal suo autore ed ha un suo fine specifico, come tutte le figure retoriche, penso proprio che coloro che hanno preparato la presentazione, senza pensarci più di tanto (che pensare per alcuni risulta tanto faticoso!), abbiano messo insieme delle parole che, a loro giudizio, dovevano attrarre ed incuriosire e poi ho i miei forti dubbi che essi sappiano cos’è un ossimoro.

Non me ne sono neppure troppo indignata, ormai è irragionevole pretendere un uso corretto del linguaggio, i più parlano senza pensare a quel che dicono, basta sentire un TG, aprire un quotidiano, ascoltare un programma radiofonico, mi sono soltanto chiesta: “Perché spreco tanto tempo e tanta fatica per insegnare l’italiano ai miei alunni?”

domenica 18 settembre 2011

La parrucchiera

La FG, per motivi misteriosi che io ignoro, prova un’invincibile avversione per i parrucchieri, i capelli li tiene lunghi per non dover andare dall’odiato artigiano a farseli tagliare.

Quando volle farsi i colpi di sole, io dovetti imparare come si fanno e acconciarla come lei voleva. Devo dire che venne fuori un bel lavoro ma non era poi così difficile.

Questa estate la FG ha deciso di farsi accorciare un po’ la capigliatura, le punte erano rovinate e secche e poi si era stancata di portare i capelli in stile Maddalena, lunghi lunghi e senza forma.

Naturalmente di andare dal parrucchiere non era neppure il caso di parlare, la FG ha voluto che glieli tagliassi io.

Io non sono una parrucchiera, non è il mio mestiere e il taglio di capelli richiede conoscenza ed esperienza, che io non ho. Ho cercato di spiegarlo alla dannatissima FG che è stata irremovibile, i capelli dovevo tagliarglieli io.

La FG mi ha spiegato come li voleva, ancora lunghi ma scalati, più corti verso la cima della sua testa.

Mi sono armata di forbici e di coraggio, temevo di fare un disastro, ho cercato di ricordarmi come fa il mio parrucchiere che avevo osservato mentre aspettavo il mio turno in più occasioni.

Ho dato il via all’operazione tremando e l’ho portata a termine.

Quando i capelli della FG si sono asciugati ho scoperto di aver fatto un buon lavoro, la FG stava molto bene con il nuovo taglio, è anche vero che lei è bella di suo e qualsiasi taglio le dona. Lei era tutta soddisfatta e contenta io alquanto sollevata.

Quando la FI, che dal parrucchiere ci va senza problemi, ha visto la nuova acconciatura della sorella ha voluto anche lei lo stesso taglio, ho dovuto riprendere le forbici e ricominciare. Questa volta è stato più facile, vuoi perché non era una novità vuoi perché la FI ha i capelli naturalmente ricci e questo permette di mascherare meglio eventuali errori.

Anche la FI si è dichiarata soddisfatta ed ero soddisfatta anche io perché, dopo il mio intervento, la mie figlie somigliano a quei bellissimi angeli musicanti di Melozzo da Forlì che mi piacciono tanto.

domenica 11 settembre 2011

La signora dell’ombrellino

La mia mamma è andata in vacanza in un ridente paesino montano del Lazio.

Una mattina, mentre faceva come al suo solito una passeggiata, si è sentita un po’ debole e ha deciso di fare colazione. Si è seduta ad un tavolo all’aperto di un elegante bar del centro e ha ordinato il cappuccino.

A mia mamma, come a me, piace osservare la gente; si è guardata intorno, non c’erano molte persone perché mia mamma è mattiniera ed era ancora un po’ presto per i vacanzieri. Ad un tavolo poco distante dal suo era seduto un signore di mezza età che sorseggiava un caffè. All’apparire di una signora che sopraggiungeva, il signore si è alzato, le è andato incontro e l’ha salutata con molta enfasi. Mia mamma ha pensato: “Non è sua moglie”, dal che si evince che mia mamma è una signora molto perspicace. I due si sono seduti al tavolo e hanno cominciato a parlare fittamente. Poco dopo, è apparsa sulla piazza un’altra signora, più o meno della stessa età dei due, che si riparava dal sole con un ombrellino.

Quando ha visto i due, la signora ha chiuso il suo ombrellino e si è precipitata, come un esercito di cadetti di Guascogna, sui malcapitati menando fendenti con il grazioso accessorio, tramutato in arma letale, equamente distribuiti tra entrambi i tapini.

Mentre mia mamma, fingendo di interessarsi alla sua colazione, non si perdeva una virgola della insolita ed inaspettata scena, la signora dell’ombrellino urlava insulti e minacce contro la donna seduta al tavolo, che si è precipitosamente alzata e si è data ad una fuga repentina.

Sparita quella che, evidentemente, era la sua rivale, la signora dell’ombrellino ha rivolto le sue “attenzioni” a quello che, altrettanto evidentemente, era suo marito, pestandolo a ombrellate e ricoprendolo di insulti.

Le poche persone presenti non sono intervenute, vuoi perché in Italia vige la regola fondamentale del “fatti i fatti tuoi”, vuoi perché tutto si è svolto a tale velocità da non permettere una reazione logica.

Intanto l’uomo è riuscito a bloccare la sua “dolce metà” e ad infilarla nella sua vettura con la quale è precipitosamente partito.

Lo spettacolo era finito, mia mamma aveva terminato la sua colazione e si preparava ad andarsene, non prima, però, di aver ascoltato il commento che il cameriere del bar ha rivolto al proprietario: “E adesso il conto chi lo paga?”

Eh già, perché nella concitazione del momento, il signore probabilmente fedifrago il conto non lo ha pagato!

domenica 4 settembre 2011

Cattivo

Ieri sera, anche se faceva un caldo tropicale, sono andata al Globe a vedere il Riccardo III di Shakespeare.

Nel complesso lo spettacolo mi è piaciuto, la scena era affascinante, la traduzione accettabile, la regia abbastanza originale e gli attori bravi, anche se, come al solito, microfonati.

La maledizione della vecchia regina Margherita è stata da urlo: piena di pathos e di grinta, feroce e sanguinaria come deve essere, la scena della crisi di re Edoardo, interpretato magistralmente da Nicola D’Eramo, aveva un suo fascino perverso che metteva i brividi.

Però sono rimasta delusa proprio da Riccardo. Riccardo di Gloucester, il terzo fratello del re è il cattivo. Non un cattivo normale, che magari fa anche pena, un cattivo che soffre della sua cattiveria, no, Riccardo è “il Cattivo”. Che io sappia non c’è nelle opere teatrali e letterarie un cattivo più cattivo di lui, Riccardo è malvagio, crudele, sanguinari, simulatore e dissimulatore, non c’è ambiguità, non c’è dubbio che lo sfiori, Riccardo adora il male, si diverte a tormentare, torturare e massacrare, è il suo gioco, gli altri sono0, per lui, soltanto pupazzi da rompere. Per questo quando lo vedo in scena io lo odio di un odio profondo, viscerale, che mi fa stare male e mi sento liberata soltanto quando Richmond lo trafigge, alla fine.

Ebbene, ieri sera ho visto un Riccardo che era soltanto un po’ cattivo, piuttosto monocorde, niente affatto luciferino, insomma un po’ noioso, un cattivo superficiale, molto moderno, se vogliamo, molto attuale ma io vado a teatro proprio per dimenticare, per un po’, lo schifo che mi circonda quotidianamente, avrò diritto, credo, se vado a vedere Shakespeare, di non trovarmi faccia a faccia con un banale arrivistello da quattro soldi, che per fare carriera, invece di corrompere o vendersi come fanno i moderni, ammazza tutti, se vado a vedere Shakespeare io voglio vedere la Grandezza, anche quella dei Cattivi, quella di Jago, di Edmund, di Riccardo e voglio9 essere felice quando i malvagi la pagano, perché, almeno nelle opere di Shakespeare, i cattivi alla fine sono puniti!